Indietro

 

 

COMUNE DI CREMONA

 

   

CENTRO STUDI EUROPEO

 
   

ASSOCIAZIONE MAZZINIANA ITALIANA

 

GIORNATA MAZZINIANA

Sala Puerari del Museo Civico di Cremona  Via Ugolani Dati, 4

 Momento di testimonianza nel bicentenario della nascita di Giuseppe Mazzini

e a 20 anni dalla scomparsa di Giuseppe Tramarollo, educatore europeo e vero mazziniano del XX secolo.

 

Relazione di AMEDEO LOMBARDI

 (AMI Brescia)

 

Dalla Resistenza alla Repubblica italiana 

aperta all’Europa: l’AMI e Tramarollo.

Si passa la parola all’avvocato Amedeo Lombardi, di Brescia, componente della Direzione Nazionale dell’AMI. Egli è stato anche allievo del Prof. Tramarollo e, fra le cose che avrà in animo di dire, ci ricorderà il suo docente come uomo della Resistenza e come impassibile uomo dei doveri.

Il tema che mi era stato assegnato riguardava anche le due guerre mondiali, e vorrei iniziare da qui, perché  reputo l’argomento estremamente  importante. Le due guerre mondiali costituiscono infatti un momento cruciale non soltanto della nostra storia ma per tutti, per tutto il secolo. E’ un secolo che io vorrei che fosse ricordato non soltanto per le catastrofi, per i morti, per gli eccidi  -  anche se effettivamente ci sono stati  - ma soprattutto per il realizzarsi di certi principi che hanno vivificato la Società, che hanno fatto sperare l’Umanità.

La storia, ovviamente, pur andando avanti  sulla spinta degli elementi positivi,  mescola quotidianamente tutto in un crogiolo contenente fatti buoni e meno buoni, esaltanti e truci. Se noi la guardiamo al microscopio, se la giudichiamo dalla cronaca, può forse sembrarci sempre un brulicare di vermi. In realtà la storia va sempre avanti e siamo in grado di capirlo, solo che ne sappiamo cogliere i principi di maturazione.   Le due guerre mondiali, pur con le carneficine che conosciamo, hanno significato l’affermarsi di quei principi politici che avevano caratterizzato la storia delle nazioni, la loro evoluzione civile, dalla Rivoluzione Francese e dal Risorgimento in poi.

La Prima guerra Mondiale si pone come fine di un’epoca, l’epoca degli stati nazionali, la Seconda Guerra mondiale come il superamento degli stessi stati nazionali, dopo di che si sono potuti intravedere princìpi diversi di convivenza. A Brescia, in un’altra occasione, nell’ambito dell’ANPI, ho potuto  sentire una espressione felice, che tale rimane anche se poi in quella sede non le è stato dato assolutamente dato seguito:  cioè che le due guerre mondiali potrebbero essere definite come “la guerra dei trent’anni”, perché  seguono una logica storica comune ed è stata nostra sventura che l’Italia non l’abbia capito, perché aveva incominciato bene questo trentennio e lo ha finito male.

Orbene,  il dare rilevanza a questo diffondersi dei principi democratici, dei principi di convivenza, dei principi di evoluzione dello Stato, è mazziniano non solo perché si tratta di  princìpi mazziniani, ma soprattutto perché la logica complessiva è mazziniana, in quanto obbedisce alla regola basilare del progresso morale. Non per niente, poco prima dello scoppio di questa guerra dei trent’anni,  Lloyd George, il grande statista inglese - quindi non un italiano - aveva potuto affermare come l’Europa che si era realizzata e che andava realizzandosi fosse l’Europa di Mazzini. Era un effetto della maturazione delle linee di evoluzione già esattamente intraviste da Mazzini nella vita  dei popoli.

Oggi questi principi si sostanziano anche e soprattutto nel grande dibattito ideologico. Personalmente vedo la nota più profondamente negativa dell’Occidente, da venticinque anni a questa parte, nella demonizzazione delle ideologie, perché le ideologie sono, consentitemi un’espressione poetica, il sogno portato nella politica. Se il popolo non ha un sogno di maturazione, non ha un scopo da prefiggersi, quel popolo è finito, quel popolo tornerà indietro.  Non possiamo meravigliarci per quello che molto esattamente poco fa ricordava il Sindaco di Cremona, cioè che oggi si comincia a mettere in discussione l’Unità dello Stato; perché quando si è incominciato ad andare indietro non si sa dove si va a finire, si rimettono in gioco tutti gli ideali, anche i più antichi, anche quelli più nobili che avevano cementato la maturazione di un popolo, quella maturazione divenuta solennemente tangibile in certi momenti della nostra storia.  Ricordiamo, per esempio, i contadini che avevano trucidato Pisacane e i suoi, ma che poi sul Grappa e sul Piave, sessant’anni dopo,  si sono sacrificati per garantire e per consegnare ai posteri quell’Unità alla quale i loro padri si erano opposti: questo è il progresso dei popoli anche attraverso i secoli.

Ora le due guerre mondiali si pongono in questa posizione, come grandi momenti di evoluzione. E i risultati conseguiti nella loro epoca si pongono quindi non solo come garanti del dibattito democratico, del dibattito ideologico, ma anche delle associazioni che lo rendono possibile: i partiti ideologicizzati, perché anche in questi è l’evoluzione dello Stato.

A proposito del Prof. Tramarollo che ho avuto in tempi ormai lontanissimi come insegnante, nel Ginnasio Arnaldo del ’45-47, io voglio riportare un richiamo tratto da un suo articolo apparso sul “Pensiero Mazziniano”, una sua citazione riguardante il laburista inglese Ramsey Mac Donald.  Il Prof. Tramarollo in questo articolo, che è addirittura del 1948, elogiava, esaltava la allora recentissima riforma inglese, originata dal “piano Beveridge”, che nazionalizzava tutti i servizi sanitari. Tramarollo, contrapponendola al Sistema politico vigente nell’Unione Sovietica, la elogiava senza mezzi termini e inseriva nel testo dell’articolo la citazione che qui mi interessa,  che costituisce tutto sommato un insegnamento e che può contribuire a spiegarci  il perché poi da noi, da 25 anni ad oggi, le cose nostre sono andate male.  Ecco che cosa aveva detto Ramsey McDonald:

“Un partito può essere nazionale nei suoi fini, ma non perciò monopolizza il diritto di essere l’unico partito nazionale. Vi sono differenti angoli visuali, differenti filosofie dello stato e della società. L’assemblea rappresentativa non deve essere il luogo dove gruppi differenti e opposti hanno trovato un modus vivendi una pace quasi una verità di compromesso, ma l’arena dove si affrontano l’un l’altro, perché il progresso viene appunto da questo scontro; conflitti che vogliono essere di menti, di gruppi, di propositi, di filosofie. Il fremito dei conflitti è vita pura, vigorosa vita, là dove è assenza di ciò è sonnolenza, burocrazia, apatia.”

Ecco questa è la democrazia,  sostanzialmente realizzatasi, anche se non tutti sono di questo parere, in quella che io chiamo la prima Repubblica, terminata, secondo me,  negli anni Ottanta con Bettino Craxi, tanto per non far nomi. La prima Repubblica è stata così. E’ stata un trentennio di avanzata perché c’è stato questo scontro, perché si sono affrontate differenti concezioni della vita e dello Stato e da questo, per merito di tutti, è venuta l’evoluzione, alla quale, tuttavia, poi è seguito un regresso. Questo interessa noi mazziniani e dovrebbe indurci ad una riflessione, in quanto forse talvolta abbiamo mancato,  perché noi non avremmo dovuto mai scandalizzarci per nessun accostamento ai vari partiti democratici, usciti dalla Resistenza e che si sono succeduti, nel favore dell’elettorato, nell’opera di governo e all’opposizione, durante lo svolgersi della nostra storia recente. Perché la dottrina mazziniana era un poco, consentitemi un’espressione crociana, la sintesi a priori delle varie dottrine.

Cioè, in altre parole, nel Mazzinianesimo c’era il momento sociale, caro alle Sinistre, c’era il momento della fratellanza dei popoli: la Giovine Europa del 1834 è mazziniana e quanto  io non perdono al Movimento mazziniano è di non aver mai pensato che quel simbolo, l’edera, potesse andare sulla bandiera europea, di  non aver fatto nessun passo in questo senso. Perché questo sarebbe stato il  nostro dovere anche a costo di rinunciare al simbolo, cosa che a quel punto  si sarebbe imposta, ma sarebbe divenuta assolutamente secondaria. Continuando comunque nel discorso, nel Mazzinianesimo c’era l’unione dei popoli, c’era il momento religioso, ma non inteso come religione chiesastica o di apparato, bensì religione che si esprime nel progresso spirituale e civile, che mira ad uno scopo tale da andare addirittura oltre la vita fisica, perché questa era la religione di Mazzini che dava uno scopo a tutte le varie azioni politiche. C’era tutto questo in Mazzini, cioè si anticipava quello che sarebbe divenuto di volta in volta il programma o il punto più sensibile di un programma dei vari partiti.  Quindi noi dovevamo porci proprio come padri della patria, come  agenti di un’idea che le coordinava  tutte e che nello stesso tempo dava valore a tutte.

E’ quindi con infinita tristezza che io mi vedo indotto a prendere atto come, dopo un certo momento, una volta conseguiti i grandi traguardi che erano nostri prima di diventare anche di altri -  vedi l’Unità dello Stato, vedi la forma istituzionale repubblicana, vedi le autonomie regionali -   non siamo stati capaci di andare più in là; forse proprio perché ci siamo abbandonati  più a preclusioni verso altri che ai nostri programmi e perché non abbiamo voluto mettere in discussione degli equilibri sociali che invece bisogna certe volte metter in discussione, in quanto bisogna guardare oltre. Nel momento in cui noi non abbiamo più pensato a una trasformazione della società è venuta meno anche la nostra funzione.  Pensiamo anche su questo.

CREMONA - Sabato 19 MARZO 2005

Amedeo Lombardi.

Indietro